ARFID, il disturbo della nutrizione e dell'alimentazione che colpisce già a tre anni

Negli ultimi anni i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione stanno cambiando volto. Oggi la nuova frontiera riguarda anche i più piccoli. A spiegarlo è la dottoressa Federica Pagani, neuropsichiatra infantile presso gli Spedali Civili di Brescia.  «Dal periodo del Covid in poi abbiamo registrato un incremento del 30% delle diagnosi di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Dopo una stabilizzazione tra il 2021 e il 2022, la curva è tornata a salire e continua a crescere», afferma. Se la maggioranza resta femminile, aumentano anche i casi tra i maschi, non solo per anoressia e bulimia, ma per nuove forme come la vigoressia e bingeing, «una sorta di anoressia inversa, dove l’ossessione è avere muscoli sempre più definiti».

Qual è il dato più allarmante dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione oggi?

«Il dato più allarmante è l’età di esordio – spiega Pagani -. Vediamo bambine sempre più piccole, già in età prescolare, con anoressia nervosa. Più l’esordio è precoce, più la manifestazione è acuta e può richiedere interventi rapidi, talvolta anche il ricovero».

Cosa si intende con la sigla ARFID?

«Tra i disturbi emergenti, quello che più colpisce l’infanzia è l’ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), inserito nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders nel 2013. – racconta la dottoressa -. È un disturbo evitante e restrittivo dell’alimentazione che compare dopo i tre anni. Non ha nulla a che fare con l’immagine corporea. Il bambino non vuole essere magro: semplicemente riesce a mangiare pochissimi alimenti».

Cosa determina questo disturbo?

«La diagnosi è complessa. Spesso le famiglie fanno il giro delle sette chiese: gastroenterologo, nutrizionista, esami su esami. All’inizio sembra una fase di selettività normale. Ma quando il bambino non mangia nulla in mensa, rifiuta il cibo alle feste e accetta solo un alimento, allora diventa invalidante».

La radice è relazionale?

«Ho studiato lo stile di attaccamento di questi bambini e spesso è disorganizzato-ambivalente. Il sintomo cibo diventa un linguaggio: è un modo per dire “guardami, ho paura, non so come esprimere quello che sento”».

In tutto ciò qual è il ruolo della famiglia?

«Non è una colpa dei genitori – puntualizza la specialista -. Alla base c’è spesso una deregolazione emotiva. Questi bambini hanno difficoltà a modulare le emozioni. Diverso è quando si parla di anoressia. In quel caso le adolescenti usano il controllo del cibo per gestire la paura di non essere abbastanza, di non essere viste o ascoltate. Nella bulimia, invece, il cibo diventa uno sfogo della rabbia o un modo per riempire un vuoto. Il problema in questo caso è che il sintomo è una soluzione. Spesso negano la malattia e quindi è più difficile iniziare la cura. Quando le famiglie si mettono in discussione, e diventano parte attiva della cura, la guarigione è molto più rapida».

In che cosa consiste la cura?

«Il percorso si basa sulla fiducia e sulla relazione. Agli Spedali Civili di Brescia la presa in carico è multidisciplinare: un lavoro di squadra tra neuropsichiatra, nutrizionista, dietista, con psicoterapia individuale e di gruppo per i genitori. Il nodo resta il sistema. Nel 2021 è stata fatta una legge regionale per la prevenzione, con l’idea di creare ambulatori territoriali dedicati. Ma nella realtà manca ancora una vera struttura con équipe multidisciplinari specializzate nel Sistema Sanitario Nazionale e al contempo mi sono resa conto di quanta fragilità genitoriale ci sia. Molti mi dicono: “siamo preparati a cambiare un pannolino, non a comprendere la vita psichica di un bambino”».

Come si possono aiutare i bambini che manifestano disturbi della nutrizione e dell’alimentazione quando mancano i servizi?

«Io ho dato vita ad Ambrosia ETS, un’associazione che finanzia assistenza domiciliare ai pasti, psicoterapia familiare e servizi, anche per chi non è del territorio bresciano. Parte dei fondi ricevuti dalle donazioni servono per sostenere direttamente l’ospedale per rendere gratuiti alcuni interventi perché se vogliamo garantire prevenzione e continuità di cura, dobbiamo costruire una rete che affianchi il pubblico», conclude la dottoressa Pagani.

 

Di Federica Bosco

Giornalista professionista e scrittrice, autrice del blog Obiettivo Milano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *